officina della comunicazione

L’incertezza accertata

Che per noi b_linkisti l’incertezza sia accertata è ormai una certezza, ed è per questo che da mesi, nella nostra Officina di Comunicazione, ci stiamo occupando di questo tema. Ma ad attirare la nostra attenzione è soprattutto come l’incertezza sia elemento di dicotomia tra i valori dei giovani e quelli della generazione dei genitori con le conseguenti modalità diverse di relazionarsi con essa.

Questo argomento è emerso in una ricerca da noi svolta nel mese di marzo, i cui risultati sono stati presentati nell’articolo “l’abilità ascoltata”. L’indagine in questione ha visto coinvolti 80 studenti universitari, ripartiti in 10 differenti Atenei italiani del nord-ovest, con i quali abbiamo esplorato il loro punto di vista in merito alla disoccupazione giovanile con l’obiettivo di riflettere sulle attuali soluzioni universitarie in tema di formazione e orientamento al lavoro.

La domanda che ci ponevamo era se “la medicina che il medico sta prescrivendo sia veramente quella più adeguata per curare la malattia”. Riflessione questa evidenziata nell’antecedente editoriale di Cristiana Giacchetti dal titolo “l’abilità discriminata”, in cui la stessa si chiedeva se fossero i giovani ad essere inabili nel costruire la propria professionalità o al contrario fosse la loro abilità ad essere discriminata dallo stesso sistema formativo, visto che sapere di avere un’abilità non si traduce d’emblée nel saperla agire, ancora più in un “mercato del lavoro – prosegue Giacchetti – sempre più flessibile, imprevedibile e veloce, in cui le regole precostituite mal si sposano con l’innovazione e dove è necessario sapersi confrontare con il principio di incertezza.”

Da questi dubbi, confermati anche dagli allarmanti dati che vedono in Italia il tasso di disoccupazione giovanile al 35%, secondo le recenti statistiche ISTAT, con un’anticamera al lavoro di 14 mesi (media UE 9 mesi), siamo partiti con la nostra indagine dai cui, riassumendo, è emerso che il 42% del campione da noi interpellato definisce inadeguata l’attuale formazione accademica per la preparazione ad affrontare il mercato del lavoro contro il 37% che la ritiene adeguata, mentre il 68% degli studenti ha dichiarato che il principale cambiamento del sistema lavoro rispetto alla generazione dei genitori riguarda proprio la sfera dell’incertezza. Ancora, il 45% del campione ha indicato nell’assenza di strategie il tallone di Achille al raggiungimento dei propri obiettivi e un 31% non sa come mettere in azione ciò che sa fare.

In sintesi questo significa che le attuali soluzioni diffuse per avvicinare gli studenti al mercato del lavoro, sempre secondo il nostro campione, non soddisfano l’esigenza di chi è prossimo a concludere il ciclo di studi, bisogno che corrisponde con la necessità di sapersi costruire una strategia. Quindi, non è certo un caso che questi giovani abbiano ravvisato proprio nell’incertezza il principale cambiamento rispetto al sistema lavoro affrontato dai loro genitori. E allo stesso tempo con la nostra ricerca assumevano maggior senso le parole del già citato editoriale di Giacchetti la quale tracciava anche un percorso di evoluzione della specie, da homo sapiens a homo faber per giungere all’homo auctor, nel quale i giovani possano trasformarsi per imparare a “costruire una loro progettualità professionale non predittiva ma adattiva e utile per il tempo che funzionerà”. Ossia una professionalità nella quale la “capacità di costruire progettazione conduce all’attitudine di saper trasformare quella stessa progettualità a seconda delle modificazioni di contesto e porta alla capacità di cambiare rimanendo gli stessi.

Partendo da queste premesse, nei mesi successivi ci siamo messi all’opera nella realizzazione di un progetto che potesse essere un facilitatore nella progettazione dell’abilità professionale dei giovani. Già perché, se come espresso nel nostro aforisma “il navigar nell’ignoto richiede la capacità di abilitare la propria abilità”, allora, affinché si realizzi l’evoluzione a homo auctor, è necessario integrare le 2C – conoscenza e competenza – dell’attuale apprendimento duale del sistema scolastico con quella che noi definiamo la 3C, ovvero la “costruttività che favorisce un apprendimento adattivo”. Nasce così il progetto “abilitAzione” che trova nella recente collaborazione di luglio con il Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano un importante presupposto per la sua totale applicazione. Infatti, abilitAzione è un progetto di intervento formativo rivolto ad affiancare la didattica universitaria con l’obiettivo di facilitare i giovani studenti nella costruzione di identità professionali efficaci ed efficienti per il sistema in cui agiranno, dando a ciascuno di loro gli strumenti strategici per saper costruire e progettare la propria professione in un sistema-lavoro mutevole e ignoto.

Bartolomeo Corsini e Cristiana Giacchetti / Photo by Francesco Pizzo

Come dicevo, l’esperienza con il CSC, che ha visto coinvolto un gruppo di lavoro di 13 giovani allievi, è stata un’importante base da cui partire, in quanto ci ha consentito di verificare sul campo come lo stesso contesto formativo possa orientare, come in questo caso, la relazione con l’incertezza anche grazie alla costruzione di strategie più funzionali all’inserimento nel mondo del lavoro. E in tal senso, nel CSC abbiamo individuato il partner più adatto per dar corso a tale sperimentazione, considerata la specificità del contesto e del sistema professorale, che permette agli studenti di sperimentarsi in progetti che hanno già una committenza o in situazioni di set reali, per cui nel fare lezione si trovano già inseriti nell’attività lavorativa, con la possibilità di sviluppare un network professionale concreto. Grazie al mix di didattica e committenza reale, il Centro Sperimentale di Cinematografia viene descritto da uno degli studenti come un “concentratore di esperienza professionale” nel quale dare forma alla propria identità. Infatti la mission del CSC, come evidenzia Bartolomeo Corsini, che dirige la Sede Lombardia con Maurizio Nichetti, che ne segue la parte artistica, è quella di formare “realizzatori di progetti video nel campo del Cinema d’Impresa, passando dall’insegnamento degli strumenti professionali a un’attività che viene definita di bottega, finalizzata all’apprendimento del mestiere, per arrivare, al terzo anno, nel quale gli allievi maturano l’autonomia professionale con un loro saggio di diploma.”

Eccoci quindi arrivati a quella giornata di luglio. Ma, prima di raccontarvi quanto avvenuto, consentitemi una piccola ma per me utile divagazione, perché giungendo alla sede del CSC a Milano, realizzata nella ex Manifattura Tabacchi, non si può fare a meno di incontrare una scultura a grandezza naturale di un animale mitologico. È il drago Furia Buia di Dragon Trainer, un cartoon nel quale Hiccup, un giovanissimo vichingo, sovverte l’ordine sociale e di iniziazione all’età adulta da anni stabilito dal suo popolo e fatto applicare da suo padre, il capo villaggio, che consiste nell’affrontare e sconfiggere i draghi nemici della sua gente. Hiccup non si limita a questo, ma riesce ad andare oltre e affronta il drago, proprio quello che nessuno era mai riuscito a descrivere, poiché nessuno era riuscito prima a sconfiggerlo, utilizzando uno dei marchingegni che ha l’abilità di progettare e costruire, piuttosto che le armi consuete della sua gente. Hiccup è infatti un ragazzo gracile, non forzuto come gli altri. Ed è così che, nel superare quello che sembrerebbe essere il suo limite, ha l’opportunità di trasformare lo scontro col drago in un incontro con lui e con se stesso. Già perché, proprio grazie al suo marchingegno, riesce a immobilizzare il drago e così può avvicinarlo, guardarlo negli occhi, scoprirlo indifeso e scegliere di liberarlo, anziché di ucciderlo. L’amica Astrid chiederà poi a Hiccup chi altri avrebbe potuto fare ciò che è stato capace di fare lui, perché loro, i cosiddetti vichinghi veri, vedevano nei draghi soltanto i nemici da uccidere. Hiccup è stato capace di andare oltre perché invece aveva realizzato ciò che era impensabile per la sua gente, affrontare la proprie paure costruendo una relazione con il drago.  E nell’imparare a conoscere il drago comprende che tutto ciò che la sua gente sa sui draghi è frutto di un pregiudizio.

Furia Buia e Cristina Vaudagna / Photo by Francesco Pizzo

La circostanza di vedere proprio quel drago arrivando al CSC, al di là della simpatia personale che nutro per quel personaggio e la sua storia, mi è parsa piena di senso rispetto all’attività che, come Blink, abbiamo progettato di fare in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia. In quella giornata in cui ci accingevamo a lavorare con un gruppo di studenti sul tema dell’incertezza, la stessa prende metaforicamente le forme del drago Furia Buia. Nulla è per caso, così come, seguendo l’analogia, il fatto che si decida di vedere nell’incertezza un drago malefico di cui aver paura oppure un’opportunità con cui misurare le nostre abilità superando i propri limiti. Ed era proprio questo l’obiettivo di lavoro con il gruppo di 13 studenti, verificare sul campo la percezione che gli stessi hanno dell’incertezza. In particolare abbiamo voluto comprendere quale fosse la relazione che i giovani hanno con la stessa nonché quale fosse l’abilità con la quale si relazionano con l’ignoto per poterlo agire.

In concreto i 13 allievi selezionati, 10 ragazzi e 3 ragazze, tutti del primo anno, elemento questo che inizialmente poteva dimostrarsi un limite ma che nella pratica si è rivelato una fonte di ricchezza, si sono confrontati con noi in merito alla visione che hanno maturato dell’incertezza, elaborando ognuno una metafora cui seguiva la riflessione sulla propria abilità personale con cui ognuno agisce l’ignoto. E poi a rappresentazione di quanto descritto, ogni studente, grazie anche all’ausilio di 8 differenti oggetti tra cui scegliere, realizzati appositamente dal fotografo Francesco Pizzo, interpretava la propria visione mettendosi di fronte all’obiettivo e trasformandosi per un giorno da osservatore a osservato. Il dialogo quindi come forma di riflessione e costruzione prima, la rappresentazione corporea come esperienza espressiva della propria abilità dopo, sono stati gli elementi chiave dell’esperimento condotto con i giovani studenti in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano. E se da una parte la messa a fuoco della relazione incertezza-giovane non ci ha stupito proprio per le premesse del CSC di orientarne pragmaticamente l’interazione, dall’altra ci ha incantato la profondità delle riflessioni e la capacità di messa in gioco dei 13 allievi.

Photo by Francesco Pizzo

Uno di loro, ad esempio, ha esordito nell’incontro affermando che “l’incertezza è la mia unica certezza” trovando da subito una sintonia con la nostra visione de “l’incertezza è già una gran certezza”. Volendo dare una sintesi delle posizioni rappresentate, i ragazzi hanno espresso la percezione dell’ambivalenza dell’incertezza, in quanto rischio o insicurezza nei dubbi, ma insieme anche opportunità, arrivando qualcuno addirittura a mostrarne la bellezza. Come ad esempio il ‘mediatore’ Antonio, 27 anni di Napoli, che la definisce “un’oscurità ben illuminata”.  Oppure chi come Lorenzo, cagliaritano 28enne, grazie alla sua abilità di ‘esploratore’, proprio come il personaggio Hiccup, si apre alla possibilità di sperimentare l’incertezza che per lui è “un bosco in cui perdi il sentiero per scoprire l’inesplorato”. Altri hanno puntato sull’allenarsi a essere pronti e sul mettersi in gioco, consentendosi anche di fare quegli errori che costruiscono l’esperienza e spostano il punto di vista. È il caso del giovanissimo parmense Alessandro la cui abilità è mettere in luce il sogno di altri e per questo l’incertezza non può che essere “l’ascoltarsi da un’altra prospettiva”, oppure giocando ad affrontare l’incertezza “come se” si fosse certi, continuare ad andare avanti e tracciare il proprio percorso come per la ‘riflessiva’ Giulia, marchigiana doc, per la quale “l’incertezza non è altro che saper agire l’incerto”.

Insomma il risultato di questa giornata di ricerca al Centro Sperimentale di Cinematografia va oltre le aspettative stesse di ricerca, perché, al di là dell’obiettivo di convalidare o meno l’ipotesi che il contesto formativo possa risultare un importante alleato nel sostenere la sfida che attende i giovani all’ingresso nel mercato del lavoro, inclusa la costruzione di una relazione adeguata con il drago-incertezza, si è potuto lavorare alla creazione di 13 visioni ricche di spunti e riflessioni. Interpretazioni, quelle dei giovani, che, andando oltre una concezione dualistica di rischio-opportunità, costruiscono nuove visioni di realtà in cui l’ignoto diventa un’occasione per esprimere la propria abilità. E allo stesso tempo ne sono scaturite 13 rappresentazioni iconografiche che, anche grazie alla capacità del fotografo Francesco Pizzo di pennellare l’animo umano, acquistano ognuna molta più forza e audacia di mille parole.

Il frutto di questo immenso lavoro di ricerca congiunto, ribattezzato “l’incertezza accertata”, evidenzia come per i giovani studenti l’ignoto sia una naturale condizione umana in cui superare i propri limiti, oltre che sperimentare le proprie abilità, e sarà protagonista, nel mese di settembre, di una divulgazione sui nostri canali social oltre che su quelli del CSC.

E per tutti coloro che invece fossero interessati ad accedere “all’esperienza professionale” del CSC Lombardia vi segnaliamo che la Fondazione CSC si appresta a selezionare 16 nuovi “realizzatori di progetti” con il bando, per partecipare al quale occorre accedere a questo link.

 

Featured image: Camillo del CSC / Photo by Francesco Pizzo