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La sostenibilità delle nuove imprese

Qualche giorno fa abbiamo incontrato i fondatori di INES per l’attività di monitoraggio e follow-up, terza fase del modello di intervento ID@azione, e ci siamo domandati cosa ci fosse all’origine dei fallimenti delle neo-imprese, non tanto perché a pensar male non si sbaglia mai, quanto per la nostra tenacia nell’esercitare quella cauta preparazione propedeutica alla velocità di esecuzione.

Le statistiche sul fenomeno non mancano certo. E il 2016 sta registrando una leggera inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti. Solo che se poi ci si trova a far parte delle 58 aziende che chiudono ogni giorno (fonte: Cribis D&B), non è che quel mal comune faccia mezzo gaudio. Né risulta molto consolatorio richiamarsi ai modelli di riferimento per le startup, che ci dicono che le idee vanno testate e che il fallimento è solo l’esito negativo dell’esperimento. Insomma, facciamo pure fallire le idee, ma non le imprese.

E allora non si può non chiedersi cosa si potrebbe fare di diverso per avere l’opportunità di prendere una direzione alternativa a quella che ci consegnerebbe alla storia passata e alle statistiche dei trend negativi.

Sul banco degli imputati salgono gli errori noti: prodotto o business model sbagliato, mancanza di finanza, team inadeguato. Errori che, a forza di essere ripetuti come un mantra, sortiscono il nefasto effetto di creare la fiera dell’impossibilità.

E le facili ricette di soluzione preconfezionata son quanto di più dannoso e inappropriato si possa agire in tali dinamiche.

L’osservazione del sistema ci restituisce l’ipotesi che il rischio maggiore sia quello di perdersi prima di arrivare alla meta o, meglio, alla prima meta, quella della sostenibilità. Ed è qui che rischiamo di intrappolarci in un insidioso paradosso: nell’urgenza di andare al punto frettolosamente, si finisce per andare più lentamente. Ecco che allora si mette a repentaglio l’impresa stessa per non gestire con quella oculatezza propria dell’imprenditore una delle risorse più preziose, il tempo, oscillando con ambivalenza tra la comoda frettolosità degli automatismi, che ci portano a non mettere in campo ed utilizzare le competenze necessarie, e la pigrizia dell’intempestività, che non ci permette di cogliere che la lentezza d’azione equivale all’inazione.

Noi b_linkisti abbiamo sintetizzato tutto ciò con un’immagine abbastanza avversiva, ma che di fatto riassume quanto evidenziato fin qui: la sindrome  bradipa, anticamera del fallimento.

E, sebbene sia di moda la consapevolezza declinata in tutte le sfumature che lo sfruttamento del trend del momento favorisce, in fondo sappiamo bene per esperienza che non basta saperlo per saper fare diversamente.

ID@azione è il modello di intervento in 3 fasi, che abbiamo progettato e validato, e che è rivolto a intercettare strategie personalizzate e adattive al sistema di scambio, creando realtà imprenditoriali opportunisticamente sintonizzate con la propria evoluzione e che sappiano recuperare quella sapienza italiana del saper fare che può generare differenza nel saper progettare.

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Photo Credits: Kebler Varejao Filho / Unsplash