officina della comunicazione

Costruire nuove visioni di realtà

CHARLIE'S SUGGESTION

Per non cadere nella trappola, troppe volte fatale, del vecchio detto popolare “il ciabattino va con le scarpe rotte”,  in Blink applichiamo, con rigore e creatività insieme, l’esortazione al go first.

Abbiamo applicato tale visione anche al nostro posizionamento, arrivando a definirci oggi l’Officina della comunicazione che aggiusta i processi comunicativi che non funzionano o che potrebbero funzionare in modo più adeguato, dopo cinque anni di ricerca sul campo, sperimentazione e validazione dei risultati. Agendo su noi stessi quello stesso modello di intervento che utilizziamo coi nostri partner e nei nostri progetti, abbiamo revisionato il modello di business con una strategia che “diventa, facendo!” Per ripercorrere il percorso di costruzione intrapreso, abbiamo scelto di rappresentarlo in una modalità forse inusuale, ma per noi più comoda, quella di un colloquio riflessivo, condotto nella rilassatezza indotta dal confortevole divano dell’ufficio da molti apprezzato e, soprattutto, non imbrigliato in limiti di battute, accettando anche il rischio che qualcuno ci accusi di mancanza di sintesi, tra la fondatrice di Blink, Cristiana Giacchetti, e Cristina Vaudagna, che sarei io e che ho affiancato Cristiana nell’evoluzione di Blink a partire dal 2014.

 

Cristiana che ne pensi se partiamo da dove siamo oggi?

Ok, adottiamo la strategia dei gamberi e ripercorriamo a ritroso il nostro percorso, così mettiamo subito l’accento sul tema dell’aggiustare i processi comunicativi che non funzionano, che è poi il significato stesso dell’Officina della comunicazione.

Certo, qualcuno ora potrebbe chiederci cosa vuol dire aggiustare un processo di comunicazione. Cosa rispondiamo?  

Se così fosse tutto si complicherebbe, ma dato che noi siamo complessi e non complicati, la parentesi potrebbe essere d’obbligo, quindi tanto vale fare un’analogia. Il processo comunicativo può essere paragonato a quello che in ambiente tecnologico è l’hardware rispetto al software, che invece equivarrebbe alla comunicazione tout court o di superficie. Con la differenza che noi non ci occupiamo della saldatura delle schede elettroniche, ma della liquidità dei fenomeni umani nei comportamenti comunicativi di pensiero e di azione. Quindi, per tornare alla domanda iniziale, occupandoci della comunicazione che non è solo comunicazione, abbiamo spostato l’attenzione dal ‘come comunicare’, ovvero quella che noi definiamo la comunicazione perimetrale, al ‘cosa comunicare’ e, quindi, alla negoziazione di senso tra il sistema in cui interveniamo e la realtà in cui agisce. Ora il dubbio che mi viene è che qualcuno ci domandi: ma cosa è la comunicazione perimetrale?

Sarebbe già una fortuna che qualcuno ci domandasse ancora qualcosa e non avesse abbandonato la lettura dopo le prime due righe. Ma mi concentro e provo a rispondere. La comunicazione perimetrale fa riferimento al perimetro della soluzione di moda del momento nel quale, dal nostro punto di vista, i trend costringono le identità aziendali, organizzative, professionali, imprenditoriali così come le identità di brand ad adattarsi a regole precostituite e ai tecnicismi di metodi e veicoli calati dall’alto.   

Eccoci quindi arrivate alle soluzioni preconfezionate proprio come la storia delle polpette che piovono dal cielo. Siccome il futuro non è futuribile e, quindi, non prevedibile, a differenza delle tante ‘sibilliche’ voci che si levano al canto della predittività che un fatto incerto diventi certo, noi abbiamo preferito accomodarci, non solo sul nostro divano bianco, ma sulla turbolenza della casualità e dell’imprevedibilità, abbracciando il principio di incertezza.

Comoda starai tu dato che io soffro il mal di mare. Ok, non mi guardare così, sappiamo qual è il senso della scomodità. Del resto è evidente che in un mondo sempre più veloce e flessibile, in cui la predittività è ormai anacronistica, si corre il rischio di delegare a teorie, metodologie e trend una realtà che non può essere controllata, affidando il successo di un’impresa alla speranza che ciò che ha funzionato per qualcuno possa funzionare anche per sé.  E questo comportamento, che sembrerebbe ridurre il rischio nella comunicazione d’impresa, che sia essa la branding communication piuttosto che la cultura organizzativa o ancora i modelli imprenditoriali, comporta un rischio più grande che è quello di annientare l’innovazione e generare confusione nel mercato.

Quindi, tra non correre il rischio di costruire il proprio modello di comunicazione oppure correre il rischio di adattarsi a un modello di qualcun altro, io preferisco l’opportunità di includere il principio di incertezza, che comunque è già una gran certezza, perché ti permette di progettare il tuo percorso di proposizione nel sistema di scambio. È un po’ la differenza che passa tra acquistare l’abito di moda o costruirsi l’abito sul proprio stile. Non è che nel primo caso tu vada in giro nuda, però ti devi assumere il rischio di poter incontrare a un evento l’amante di tuo marito con indosso lo stesso abito che porti tu. Quindi alla spiacevolezza dell’incontro si sommerebbe anche il disagio per l’effetto omologazione. Ovviamente il riferimento non è rivolto a te, ma mi serviva un’analogia per mettere a fuoco la differenza tra un trend e un paradigma di comunicazione. Perché, come spesso ricordi tu, il primo è un’astrazione, una teoria alla quale si pretende di adattare i brand, i contesti, le scelte. Mentre costruirsi il proprio paradigma implica operare in una logica funzionale e adattiva. Facciamo un esempio a noi caro.

Dai facciamolo, immagino tu voglia affrontare quello che oggi nella branding communication viene definito come il paradigma della comunicazione dal volto umano, con la cui espressione si fraintende il significato proprio del paradigma.

Già perché come può un solo paradigma, e quindi esemplare unico, diventare rappresentazione della maggior parte dei DNA brand? O siamo di fronte a un parto multi-gemellare oppure ci troviamo al cospetto dell’ennesimo paradosso comunicativo che noi chiamiamo ironicamente il diffuso fenomeno del copy-paste nell’ambito della più ampia comunicazione d’impresa. E dato che a noi non piace servire la minestra riscaldata, non abbiamo ceduto alla lusinga di essere dei trendsetter, vantandoci di essere i primi a mettere in campo la soluzione che diventa trend, ma piuttosto abbiamo scelto la più sfidante strada di definirci paradigm maker. Ovvero progettisti della comunicazione, visto che il nostro obiettivo è creare differenti visioni di realtà negli attuali sistemi imprenditoriali, sociali ed economici, attraverso la costruzione di paradigmi di comunicazione strategica integrata, efficaci ed efficienti nel contesto in cui si agisce e indipendenti dalla costrizione dei trend.

Per non perderci quei pochi eroi che ci stanno ancora seguendo, riassumiamo quanto abbiamo detto fin qui. Blink è l’officina della comunicazione che, abbracciando il principio di incertezza, interviene sui processi comunicativi, ovvero la costruzione di senso, sviluppando paradigmi adattivi e, quindi, funzionali e interdipendenti al contesto in cui si agisce. Dunque, il nostro focus principale si è spostato dalla gestione operativa al piano strategico. E qui un distinguo è d’obbligo, dato che la denominazione strategist ormai impazza per molti ruoli che abbiano a che fare con l’ambito comunicativo. Per intervento a livello strategico non intendiamo l’indicazione di come utilizzare i vari veicoli integrandoli tra di loro, bensì l’integrazione del sistema in cui si interviene con il contesto in cui lo stesso agisce, utilizzando i differenti veicoli o processi in maniera costruttiva rispetto all’obiettivo, invece che adattare l’obiettivo alle regole di funzionamento degli stessi.      

Squilli di trombe, finalmente abbiamo compreso che non è ciò che abbiamo a essere inadeguato, bensì è l’utilizzo che ne facciamo a renderlo inadeguato, e con esso abbiamo anche definito cosa sia la comunicazione strategica integrata.

Comics credits: Giuseppe Fontana

Ok, però in concreto vogliamo dire quali sono i contesti in cui interveniamo?

Perché non si era capito? Nel dubbio lo specifichiamo. Siamo partiti dalla branding communication. Nel 2013 anche noi siamo stati toccati dal fattore C e abbiamo incontrato un’azienda oltremodo audace, Silhouette Eyewear, con la quale abbiamo sviluppato il paradigma di comunicazione partendo dal valore differenziale del brand, per arrivare a co-costruire un abito comunicativo cucito su misura allo stesso e al contesto di riferimento, tanto da aver generato un modello indipendente e innovativo (staylite.it). Ma non solo, perché nello stesso periodo, e sempre per lo stesso fattore C, abbiamo sviluppato anche il paradigma di comunicazione di Adidas sport eyewear. Il seguito però lo lascio a te.

Prendo la palla al balzo per evidenziare che, operando nell’ambito dei processi comunicativi, ci siamo creati l’opportunità di ampliare il nostro raggio d’azione. Ecco perché non ci definiamo più agenzia di comunicazione, ma ci siamo riposizionati come officina. Infatti, nel nostro errare comunicativo siamo intervenuti nell’ambito della cultura organizzativa di realtà che avevano bisogno di intermediare una visione dell’azienda partecipata tra differenti attori, sviluppando per esse processi che superassero quello che definiamo il fraintendimento del non intendimento. Ancora abbiamo collaborato con alcuni auto-imprenditori nella progettazione del loro paradigma imprenditoriale, che fosse sostenibile nell’ambito di un mercato sempre più imprevedibile, fino a realizzare percorsi di formazione rivolti a professionisti che desideravano ricostruire la propria ID professionale, con la finalità di creare il proprio lavoro piuttosto che cercarlo.

Certo detta così, nel mare della fuffologia, potremmo correre il rischio che ci definiscano tuttologi della comunicazione. Ma Blink è un sistema aperto e, quindi, aperto anche al rischio, ma non solo, bensì anche all’eterogeneità di expertise. Infatti il nostro network è composto da progettisti della comunicazione esperti in diversi ambiti, dalla comunicazione interpersonale, a quella d’impresa, fino alla comunicazione media ed editoriale. E questo ci ha permesso di sintetizzare i diversi ambiti comunicativi nel nostro modello di intervento, il Blinkmethod, che facilita l’interdipendenza comunicativa nei sistemi in cui interviene.

Quindi ci occupiamo di comunicazione d’impresa nelle sue diverse sfaccettature e implicazioni?

Sì, ma non solo. Perché se volevamo essere ‘revisionari’ di realtà, dovevamo essere anche un po’ audaci. E dato che la comunicazione, che non è solo comunicazione ovviamente, è il punto di accesso per costruire progettualità differenziali, abbiamo cominciato a guardare anche alla realtà attorno a noi e ci siamo resi conto che esistono una serie di tematiche socio-culturali in cui i problemi a volte permangono perché di quel sistema si dà una rappresentazione che non è adeguata al sistema stesso. Per questo abbiamo deciso di affiancare lo sviluppo di paradigmi di impresa alla creazione di progettualità strategiche integrate che facilitino lo scambio tra differenti sistemi, quali aziende, cultura, arte e media, costruendo e negoziando diversi e possibili significati della realtà in relazione a persistenti problematiche socio-culturali. Diciamo che in tal senso l’antenato Yes We Porn, progetto cross-mediale realizzato già nel 2011 in collaborazione con il Teatro Filodrammatici e alcuni importanti brand, è stato di importante ispirazione. Fai tu qualche esempio degli attuali progetti?

Oltre al nostro fiore all’occhiello, Opificio dell’impresa, dove si facilitano nuovi modi di fare impresa attraverso la costruzione di paradigmi interdipendenti al sistema mercato, possiamo citare il progetto a me caro Effetto Domina, che è dedicato all’emersione di nuovi paradigmi di autorevolezza femminile, o abilitAzione, il cui ambizioso obiettivo è affiancare la didattica accademica per facilitare i giovani nella costruzione di identità professionali adattive mettendosi a confronto con il principio di incertezza.

Mi sembra di capire che per concludere, e qui qualcuno potrebbe esultare, manchi all’appello solo il nostro modello di business, il cui nome in apparenza può sembrare un po’ romantico, nonostante la sua vocazione pragmatica, visto che l’abbiamo battezzato modello di mecenatismo integrato. Dai so che muori dalla voglia di dare due note storiche. Ma proprio due.

A partire dal Mecenate storico dell’età augustea fino all’epoca rinascimentale con Lorenzo il Magnifico, per rinnovarne l’accezione ai giorni nostri, interpretiamo col mecenatismo la partecipazione fattiva a un’impresa, un’opera, un progetto che crei reciproca prosperità, facilitando l’interazione fra i differenti sistemi, che come abbiamo detto, possono essere impresa, arte, cultura e media.

Correggimi se sbaglio, ma lo stesso Lorenzo il Magnifico non è che fosse solo caritatevole, al contrario era un visionario illuminato che, portando luce nel contesto in cui viveva, diede anche luce al nome della sua famiglia. Partendo da questa ispirazione, il nostro modello di mecenatismo integrato vuole condurre a un duplice risultato, ossia far evolvere ecologicamente il sistema in cui si interviene e, insieme, qualificare attraverso una strategia personalizzata e integrata il mecenate che partecipa alla co-costruzione del progetto e che si comunica con esso e i risultati che l’intervento porta.

Quindi, concludendo possiamo dire che il nuovo posizionamento di Blink in Officina della comunicazione consente di operare nel mercato mediante progettualità comunicative attraverso cui selezionare, differenziare e integrare quei sistemi imprenditoriali che vogliano partecipare alla costruzione di nuove realtà, siano esse proprie o esterne. E dunque…

È proprio il caso di dire, parafrasando uno dei nostri aforismi, che ‘se non vedi differenza, non crei indipendenza’.

 

Photo credits: Francesco Pizzo